Guglielmo Spotorno
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Diario di bordo

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Abiti bleu e scarpe della festa.

5/12/2017

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A Celle si doveva morire d'inverno.
Più invecchio più ‘lievito’ nel surreale. E' la mia ultima soluzione. Non sono credente e in qualche direzione devo pur andare. Non scendere come gli uomini con l'ombrello, ma salire. Volare nel Bleu.
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Magritte - "Golconda", 1953
Non come Modugno, un po' troppo agitato, ma più calmo e silenzioso. Mi interrompe la Dora, "Ma a me il signor Modugno mi faceva piangere". La Dora è una 'badante' rumena, così premurosa da farmi sentire centenario. E questo non è un bel presagio qui a Celle quando ti mettono il vestito bleu, la cravatta d'argento e il rosario in mano. Oggi come ieri.
Perché mai bisogna vestirsi alla festa, darsi cipria e borotalco, per fare compagnia alla morte che ci prende sottobraccio? Non spiego queste idee alla Dora. E' ortodossa, credente… e che ortodossa sia!
Non sapendo a chi rivolgermi, corro al mio passato di bambino. Dovete sapere: io a Celle abitavo al primo piano di via S. Antonio. 
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Via Sant'Antonio - sulla destra la pescheria
Casa storica con lapide perché qui è nato il padre del presidente francese Leon Gambetta. Ora, a una pescivendola non gliene frega niente dei miei ricordi e di Macron. Frigge pesce dalla mattina alla sera... e d'estate la piccola piazza sotto la mia finestra diventa Spaccanapoli. 
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La raccolta di poesie "Via Sant'Antonio", pubblicata nel 1963
Ho divagato, ma ce l'ho a morte con la pescivendola. Anche per l’importanza dei miei ricordi... Lì sotto alla mia finestra di via S. Antonio si radunavano alcuni funerali per prendere la vicina e lunga strada che porta al cimitero, o per mettersi al riparo dal vento, Libeccio o Tramontana. Alcuni uomini avevano i capelli impomatati, le donne invece lunghi veli. Io seguivo tutto dalla mia finestra al primo piano. Un funerale era per me un evento perché era il solo giorno in cui tutta Celle cercava di vestirsi bene. Anche i comunisti.
A Celle i funerali seri si dovevano fare solo fuori stagione... senza bagnanti ‘in ti pé’. Solo allora gli uomini tiravano fuori i loro completi bleu. Lucidi, stretti, larghi, lunghi, ma rigorosamente bleu. Quel blu luccicava sulle spalle come la brillantina nei capelli e le voci crescevano prima che la bara arrivasse. Anche quella tirata a lucido. Ma la mia attenzione sceglieva le scarpe. Perché? Erano scarpe nere a punta, strette, con lunghe stringhe... e io, non 'sadico' ma curioso, mi chiedevo: "Chissà come stanno quei piedi larghi e nodosi, prigionieri in quelle casse da morto in pelle". Avevo già il gusto del surreale. La fantasia di bambino associava tutto, anche perché io, diversi di quei piedi, li conoscevo. E se non li conoscevo li potevo immaginare. Ero sempre in giro a vedere pescatori, muratori, uomini di fatica, e tutti gli uomini lavoravano a piedi nudi... per fare forza. Portavano gambali, ciabatte e sandali solo nel riposo. I piedi diventavano con gli anni sempre più larghi e anche con la misura in più le scarpe una prigione.
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Naturalmente il funerale era lento, magari sotto il sole. Il prete, Don Tardito, era lungo nelle sue prediche e non finiva più di dare acqua Santa. E ora sono qui a chiedermi, "La Dora ci sarà anche lei al mio funerale, con le scarpe comode e con vestiti secondo stagione... o sarà passata a un altro centenario?".

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    Guglielmo Spotorno

    Chiamato Gugi, è più cellese che milanese.
    ​Da bambino, da ragazzo, da grande. Qui ha incontrato Agata, che ha sposato, qui sono nati i primi disegni e da questa e dal suo vento sono nate le sue poesie, che lancia in aria come aquiloni. Anche colori e dipinti nascono da questo mare e da questo sole.

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